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Nature morte con paesaggio


Presentazione

Al di là delle profonde differenze tra epoche e artisti, nella lunga storia del genere della Natura morta permane una caratteristica fondamentale: la presenza di oggetti appartenenti alla dimensione quotidiana, collocati all'interno di uno spazio domestico, collocati su un tavolo, talvolta coperto da una tovaglia. Frutti, fiori, strumenti musicali, libri, utensili, cibi, oggetti preziosi o semplici elementi d'uso comune vengono sottratti alla loro funzione ordinaria e trasformati in immagini. Questi oggetti della quotidianità assumono un valore simbolico alludendo alla caducità dell'esistenza, alla sua fragilità e al trascorrere del tempo.
Con questo ciclo di incisioni si intende rivisitare un genere così longevo e complesso attraverso un inspiegabile paradosso. In una stanza chiusa, spesso vuota, sospesa in un tempo indefinito, su un tavolo, al posto degli oggetti della quotidianità, si trova la rappresentazione di un paesaggio: un lago scomparso, un paese terremotato, una cava abbandonata, un oliveto seccato, una discarica abusiva, un cimitero, un bosco raso al suolo… Non più oggetti ma  luoghi o almeno ciò che di essi sembra rimanere. Se nella tradizione gli oggetti della quotidianità vengono isolati dal loro contesto e trasformati in immagini, ora è il paesaggio stesso a subire lo stesso processo. Estratto dalla sua dimensione geografica è collocato in uno spazio chiuso, diventando un oggetto da contemplare.
La scelta di questi paesaggi non è casuale. Sono luoghi nei quali è visibile una trasformazione, una perdita, una traccia devastante, le conseguenze di un danno o più semplicemente il passaggio del tempo. In questo senso, il paesaggio diventa simile agli oggetti della tradizionale Natura morta: come questi ultimi può parlare della perdita attraverso ciò che rimane. Non rappresenta soltanto una porzione desolata di territorio, ma diventa metafora della trasformazione, dell'abbandono, dell’assenza.
Questo spostamento produce anche un rovesciamento della relazione tra esterno e interno, tra piccolo e grande: la vastità fisica del paesaggio viene sostituita da una dimensione simbolica. Ciò che normalmente ci circonda e ci sovrasta viene ridotto a un frammento racchiuso in una stanza, quasi fosse un oggetto appartenente al nostro spazio domestico.
La stanza  stessa assume un ruolo diverso da quello di semplice contenitore. È uno spazio chiuso, quasi teatrale, ma anche uno spazio mentale. Il suo isolamento contribuisce a creare una condizione di sospensione e di straniamento. Non sappiamo con certezza dove ci troviamo né perché quel paesaggio sia lì. L'immagine si presenta come qualcosa di apparentemente impossibile e proprio per questo risulta indecifrabile.  La presenza del soffitto e delle pareti della stanza, quando viene meno, introduce inoltre un'ulteriore ambiguità: la stanza rimane chiusa ma, contemporaneamente, si apre verso l'esterno. Il cielo entra nello spazio domestico, mentre il paesaggio continua a occupare il tavolo. I confini tra dentro e fuori, tra realtà e rappresentazione, tra contenitore e contenuto diventano sempre più incerti.
Il tavolo assume a sua volta la funzione di una soglia. Non separa semplicemente due superfici, ma diventa il luogo nel quale due realtà apparentemente incompatibili vengono costrette a convivere: lo spazio domestico e quello naturale, l'interno e l'esterno, la realtà concreta e la sua rappresentazione.  . La stanza e il tavolo diventano così una sorta di dispositivo percettivo che ci costringe a guardare il paesaggio in un modo diverso. Non siamo più semplicemente di fronte a una veduta, ma davanti a qualcosa che assomiglia ad una “natura morta con paesaggio”.
La tradizionale immobilità degli oggetti della natura morta viene così trasferita ai luoghi, luoghi che un tempo erano vivi, abitati o attraversati, ma che ora appaiono immobili, sospesi, abbandonati, testimoni di ciò che rimane dopo che qualcosa è accaduto.
Lo spettatore si trova davanti a un'immagine che inizialmente può sembrare leggibile nelle sue parti ma, nello stesso tempo, incomprensibile. Sa riconoscere una stanza, un tavolo e un paesaggio, ma non riesce a stabilire quale sia il loro rapporto. Si trova così di fronte a una situazione visiva che genera una sorta di cortocircuito percettivo. Ciò che riusciamo a riconoscere pare comprensibile, ma la relazione tra gli elementi sfugge a ogni interpretazione univoca.
La Natura morta, attraverso questo rovesciamento, torna così alla sua funzione più profonda: utilizzare ciò che vediamo per parlare di ciò che non vediamo. Non più soltanto della morte degli oggetti, ma della trasformazione dei luoghi, della scomparsa delle presenze, del trascorrere del tempo e della precarietà del mondo che abitiamo.
Il paesaggio che ci sembra di riconoscere si trasforma da oggetto in enigma. La stanza che lo contiene diventa luogo della nostra memoria, della nostra coscienza o della nostra responsabilità.